Oltre agli influencer virtuali (leggi qui il post), stanno diventando di moda anche gli abiti digitali, per la gioia degli ambientalisti.

Quella della moda, si sa, è una delle industrie più inquinanti in assoluto e con l’influencer marketing la situazione è peggiorata: molti abiti possono essere indossati dagli instagrammer un’unica volta nei loro post e poi vengono rispediti all’azienda che magari li brucia, anziché riciclarli.

Un retailer norvegese – Carlings – si è opposto a questo consumismo e ha da poco lanciato una collezione di “abiti digitali”: l’influencer li acquista per una modica cifra, carica una sua foto sul sito ed il software li “modella “addosso. A questo punto l’influencer può scattare qualche foto e poi, via, si procede al successivo cambio look.

“Nell’ultimo decennio, la moda si è spostata dalla strada ai social media”, spiega Morten Grubak, Direttore Creativo della società che ha lanciato gli abiti digitali. “Le piattaforme come Instagram oggi sono passerelle virtuali per milioni di persone che si esprimono nei modi più incredibili. Sono loro a spingere in avanti la moda alla velocità della luce.

Naturalmente, la collezione è creata per l’epoca digitale in cui viviamo. Tutto è “tech”, e i capi lo rispecchiano: tute metalliche, flash improvvisi e codici stampati su felpe sono tutti accenni neanche troppo velati al mondo della tecnologia, insieme a slogan come “Artificial Excellence” e “I’m Not A Robot”, che diventano ancora più meta perché indossati da influencer virtuali come Perl.

È facile essere scettici quando si tratta di un capo che non si può davvero indossare (sul sito è presente il disclaimer “non riceverete una versione fisica di questo oggetto”, e alcuni utenti sono rimasti interdetti), ma ci sono comunque alcuni lati positivi. “Produrre questi capi significherebbe doverli mettere in vendita a prezzi altissimi. Nella maggior parte dei casi, verrebbero indossati un paio di volte a causa del loro design così riconoscibile, quindi in un certo senso abbiamo democratizzato l’industria della moda mettendo in vendita una collezione acquistabile da chiunque”, continua Grubak. “Abbiamo anche aperto nuove possibilità in fatto di styling, perché in questo modo i nostri consumi non avranno un impatto negativo sull’ambiente”.

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